RIFLESSIONI PASQUA 2016

ARCIDIOCESI di Fermo

U.P. San Pietro e Cristo Re 

Civitanova Marche  a.p. 2015-2016

 

PASQUA  2016

La Misericordia: “Ecco, io faccio una cosa nuova!”

 

“C’è una fessura una crepa in ogni cosa, per questo la luce può penetrarvi” (Leonard Cohen)

Apriamo una fessura nel nostro cuore per lasciare entrare la luce della sua misericordia: la Risurrezione di Cristo, mistero che dice come l’amore totale e fedele di Cristo ha permesso a Dio di dire il suo sì definitivo alla umanità e alla storia! Pasqua: un’esplosione di luce!

 

Il Risorto ci prende per mano e, come è rappresentato nelle icone russe, ci prende per mano e ci trae fuori dal nostro inferno, dalla vacuità per farci entrare nella luce.

 “In un’epoca di grandi trasformazioni e mutamenti, di “passaggi di millennio”, ciò che colpisce è che più di ieri, manca una direzione della storia e del suo sviluppo. Le nostre cristianità vivono la cancellazione pratica di una meta luminosa promessa da Dio. E anche là dove sembra esserci, spesso è soffocata se non addirittura sostituita da elementi riduttivi e mediocri. L’epoca moderna riscopre la storia, il movimento inesorabile del tempo che scorre ma non ne comprende più il senso. Si è perduto il ruolo e la vicenda di Gesù, di colui che iniziò come noi un cammino di vita fino a portare nella condizione divina la sua carne umana. Ciò che si è realizzato in Gesù è il nostro destino, che a poco a poco va costituendosi nella nostra vicenda umana, nella storia. La vicenda di Gesù si chiama cammino pasquale. Un cammino che avviene nel tempo. (Marco Guzzi)

 

Celebrare la Pasqua allora non è pura rievocazione di una memoria, ma il coinvolgimento in una avventura che continua ancora oggi e che sollecita la mia risposta.

 “Risurrezione vuol dire che Gesù ha vissuto la morte ignominiosa con una tale fiducia nella forza dell’amore di Dio da farla esplodere come nuovo inizio, nel momento della sconfitta storica.

Gesù ha affrontato la violenza e l’odio che l’hanno condotto alla croce con un amore, una dedizione, una misericordia tali da consentire alla Parola creatrice di esprimersi in lui in maniera inedita e definitiva.

Egli ha vissuto con una tale fedeltà a Do da realizzare un’esplosione di vita negli spazi della morte. La fede nella risurrezione offre una reale possibilità di una vita nuova piena di amore, di vivere in modo positivo ogni situazione storica anche la più negativa, di introdurre con il nostro amore modalità nuove di esistenza nella storia.” (Carlo Molari)

 

Pasqua dice allora un cammino di crescita, di progressiva liberazione da elementi devianti.

Pasqua è la scoperta di una umanità che si dilata verso il divino e che sempre di più ritrova se stessa.

Pasqua è la trama di una vita che realizza il sogno immenso di Dio sull’uomo.

La nostra civiltà invece di offrire un mondo a misura di uomo, ci ha dato il criterio della produttività come parametro di valore, la massificazione e manipolazione delle persone, una angosciosa incomunicabilità, un futuro minaccioso, l’atrofia dei sentimenti, l’inquinamento ecologico…

 

Urge oggi far sempre più riemergere e testimoniare il Dio con cui decidiamo di stare che non è il Dio della morte ma il Dio della vita, non è il Dio che fa uccidere ma è il Dio nel quale non c’è il nemico: il Dio ricco di misericordia che fa una cosa nuova!

“Perché questo è quello che fa Dio, ci ama prima ancora di preoccuparsi se noi abbiamo fede in lui. Papa Francesco sempre dice che Dio ci precede nell’amore. Per questo Dio è misericordia. Francesco dice che Dio ci precede nell’amore, e lo dice prendendo in prestito dallo spagnolo, e dallo slang di Buenos Aires, una parola che significa arrivare per primo, amare per primo, magari anche picchiare per primo: la parola è primerear . “Il Signore ci primerea, sempre è primo, ci sta aspettando. Come la fioritura del mandorlo di cui parla Geremia, perché è il primo a fiorire, così è il Signore”. (R. La Valle)

Ma per vivere questa missione credo che sia necessario essere innamorati dell’uomo e di Gesù Cristo.

Infatti l’anima e la vita di una persona appartengono a ciò che essa ama e non a ciò che essa fa.

Scriveva Chiara Lubich: “Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto ad uomo.

Vorrei dire di più: perdersi nella folla, per informarla del divino, come si inzuppa un pezzo di pane nel vino.

Vorrei dire di più: fatti partecipi del disegno di Dio nella umanità, segnare sulla folla ricami di luce, e nel contempo, dividere con il prossimo l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.”

Tutto questo è però questione di fede: il coraggio di giocare la nostra vita su una visione, una luce affascinante che ci ha innamorati e accecati, quella della sua misericordia.                                     

La Pasqua diventa allora una vocazione, una missione per fare emergere un umanesimo secondo Gesù, diventa la forza della crescita e trasfigurazione della storia e della umanità, a partire dalla nostra persona.

Tuttavia non basta ammettere che esiste il Risorto; possiamo sapere tutto della vita di Gesù, ma può rimanere una teoria e non si può vivere di ciò che dicono gli altri.

Impariamo a contemplare gli uomini con gli occhi di Gesù: guardarli, amarli, conoscerli uno ad uno, accogliere le loro domande, ascoltare le loro preoccupazioni, “farci uno”con loro!

A questo siamo chiamati: essere servi-testimoni, capaci di accogliere, portare e interpretare le domande dell’uomo contemporaneo, ricolme di possibilità ma carenti di speranza.

Perché i segni della Pasqua del Signore li possono vedere anche coloro che non credono:

ma i segni della nostra Pasqua dove sono?(Primo Mazzolari)

 

Eccoli!

Pasqua è leggerezza. È essere portati dal vento. Leggi i racconti della risurrezione: non c’è sfarzo di vesti né passi cadenzati di processioni. Sono processioni del cuore, corse col fiato in gola alle prime luci dell’alba, sussurri lievi di parole, odore di pesce arrostito sulla sabbia estasiata del litorale, un esserci e scomparire, un cercare trovare e ancora perdere…Scioltezza, il troppo appesantisce. Un bisogno di vento leggero, di un vento che ti sfori la pelle del viso, un vento che ti rida negli occhi. Perché questa è stagione di pesantezze. Insopportabili. Non se ne può più…Immagini di delitti, di perversioni, di lutto ti pesano nell’anima, sul cuore, dopo pochi minuti che ascolti, come se tutto, come se tutti, fossero in quel buio. E così avviene scuotimento generale di testa. Cresce pesantezza e cupezza. Nel mondo a noi vicino e lontano.

E se cominciassimo a fare esercizio di racconti positivi? Di passaggi segreti della grazia? Di sconfinamenti del vento della risurrezione? Raccontatori impenitenti testardi di un’altra cronaca, che non è meno vera. L’avventura della realtà non è forse in sorte a tutti? L’ avventura dello Spirito non dovrebbe essere data a tutti sorprenderla?

Amo e invidio gli uomini e le donne che hanno occhi per i segni. Faccio fatica ad amare e non invidio uomini e donne che rincorrono, inquieti, mai sazi, il luccichio dei miracoli e non hanno occhi per il miracolo della grazia che li sfiora incessante silenzioso ogni giorno… Il Card. Martini ricordava come “già nel tempo presente che ci è dato dobbiamo vivere questa gioia, questa esultanza, questa serenità, questa pace, qualunque siano le circostanze in cui ci troviamo, anche se molto sofferte e dolorose. Ciò non significa passare sopra alle sofferenze ma rendere più acuto il nostro sguardo…” E aggiungeva: “Credo che di serenità ci sia tanto bisogno per ciascuno di noi, ma anche per la nostra società e per le nostre comunità che troppo spesso si lamentano, magari con buoni motivi, ma rischiando di rimanere come imprigionate in questa lamentosità, senza accorgersi che proprio questo è il gioco del demonio. Invece il Signore vuole che guardiamo alla nostra vita, qualunque essa sia, con gratitudine, con riconoscenza, con fiducia, provando gioia per il bene che facciamo, e per quello che molti altri fanno”.

Riprendete, sembra dirci il Signore, un viso fiducioso. Non mi annunciate con un volto smunto e tetro.

Passo per le strade, vedo mugugni e visi abbuiati. Come se avessimo disimparato a sorridere, come se, come cristiani, avessimo disimparato la levità del Risorto. Ho ritrovato questo invito al sorriso, il sacramento del sorriso, nelle parole di Sandro Rotili. “Concludo questa passeggiata con un elogio di quel prezioso sacramento della fraternità riconciliata che è il sorriso, prima di tutto, su se stessi, e poi donato agli altri. Il sorriso è sempre espressione di tenerezza e misericordia.  Chi sorride (pensiamo al sorriso della mamma al suo bambino) si rende disponibile, accogliente, apre uno spazio alla relazione. Il sorriso è attenzione, invito, un segno di incoraggiamento.

Chi sorride all’altro e dell’altro, non chi lo deride, rende effettiva l’accoglienza, porta comprensione e conforto.

Il sorriso è sguardo indulgente, come dice Paul Celan, è uno sguardo indulgente e misericordioso sull’altrui debolezza, è lo sguardo di chi sa bene di essere altrettanto dolorosamente afflitto dalla propria precarietà.

La capacità di sorridere sul proprio dolore, sul non senso, ha il potere di frenare la caduta nel baratro della disperazione, da un lato, e, dall’altro, di salvaguardare dal cinismo corrosivo della disillusione.

La vita, interpretata nella luce di un sorriso sofferto, ci faccia scoprire che ognuno è assoluto e assolutamente relativo. Lasciamo che ognuno abbia il suo cammino abissale. Chiediamo al Signore di tutti la pace e la capacità di venerare la bellezza del mondo senza diventare esteti, venerare la verità senza diventare fanatici, amare il bene senza diventare plumbei moralisti mancanti di pietà, amare il mistero senza diventare troppo devoti, accettare la contingenza e la fragilità senza andare alla deriva. Forse proprio in questo “senza” è nascosto quel sovrappiù di grazia che ci fa chiamare e riconoscere fratelli, che ci fa dire che mai potremmo vivere gli uni senza gli altri!” (Angelo Casati)

 

E concludo con queste parole che esprimono la certezza della presenza del Risorto-Vivente che tra di noi, nei nostri giorni e nelle nostre fatiche, fa una cosa nuova.

“La nostra vita viene strappata da Dio alla morte; poiché è perduta, viene salvata da Dio. […]

La nostra esistenza visibile, con le sue gioie e i suoi successi, con le sue pene, le sue preoccupazioni, le sue disobbedienze, ecco è là, santa, innocente e perfetta, grazie a Gesù Cristo, in quel mondo nascosto di Dio, dinanzi agli occhi dell’Onnipotente, ora, domani, e per tutta l’eternità. E non c’è lacrima che sia pianta invano, non v’è sospiro che sia trascurato, non v’è dolore che sia disdegnato, non v’è gioia che vada perduta.” (Dietrich Bonhoeffer)

Già, la Pasqua non è una festa per chi sta fermo, è la festa di chi crede che nulla vada perduto nella nostra vita, nessun frammento di bontà, nessuna lacrima. Pasqua è la festa di chi crede nella forza inaspettata e inesauribile di un seme.        Buona Pasqua da d.Mario, d.Joseph, d.Edmond, Diac. Tonino e Massimo, operatori pastorali

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