QUARESIMA 2020 EDITORIALE

QUARESIMA 2020: Il Padre nostro per riscoprire lo stupore di essere figli e vivere l’essere fratelli e sorelle (I°)

Il tema della fraternità vorrei coniugarlo, per questo tempo favorevole della Quaresima, alla luce della splendida preghiera del “Padre nostro”. Per vivere con semplicità, sapienza, creatività e pace il dono della fraternità nelle nostre comunità e farne una ricchezza mi pare si debba partire da un aggettivo ricorrente nella preghiera che ci ha insegnato Gesù: l’aggettivo “nostro”.

Nella preghiera cristiana quella che intesse il nostro crescere, che accompagna i nostri giorni è il Padre nostro. Essa è prima di tutto una preghiera “espropriata”, dove mai si dice “io”, mai si dice “mio”; sempre, invece “tu” e “nostro”. È la preghiera in cui si è liberi dalla tirannia di questo “io” che vuole mettersi al centro. Ricordate la parabola del fariseo nel tempio. Prega, e pregando pecca; continua a ripetere “io faccio, io dico, io pago, io non sono come gli altri…” La sua preghiera non è altro che un monumento innalzato a se stesso. E Dio è un muto specchio su cui far rimbalzare la sua soddisfazione. Il primo atteggiamento per pregare bene è imparare a dire “tu”: il tuo nome, il tuo Regno, la tua volontà; e – di conseguenza – è imparare a dire “noi”: il nostro pane, i nostri debiti, il nostro male. Pregare è uscire dall’io ed entrare nella relazione. Il segreto del Padre nostro è la relazione. In questa preghiera la passione per il cielo si coniuga con la passione per la terra. E la causa dell’uomo diventa la causa di Dio. E mentre nella prima parte l’uomo si interessa di Dio e dice: il tuo Regno venga, la tua volontà si compia, nella seconda parte Dio si interessa dell’uomo e gli dona pane, perdono, liberazione dal male. Qui udiamo l’appello ad uscire da noi stessi: la sua voce che continuamente dice “va”, che continuamente dice “vieni”… Il Padre Nostro è la preghiera degli appassionati: è nata da una immensa passione per il cielo e per la terra ed è destinata non a grigi impiegati, ma a gente ben viva, appassionata di Dio e degli uomini.”(E. Ronchi).

1.Padre nostroche sei nei cieli 2. Dacci oggi il nostropane quotidiano 3. rimetti a noi i nostridebiti come

*Dire Padre nostroè possedere la certezza di avere un Padree questo ci libera dallatentazione di sentirci orfani e soli.

*Dire Padre nostroè riscoprirsi figli e questo ci liberadalla tentazione di rinnegare il passato e di sentirci senza radici.

*Dire Padre nostroè vivere dafratelli e sorelle, e questo ci libera dall’indifferenza e dalla non comprensione.

1. Padre nostro che sei nei cieli: venga il tuo Regno

Dire “Padre nostro” è avere il coraggio di riaffermare innanzitutto che siamo chiamati da ogni terra, popolo e nazione a vivere nella Casa del Padre per costruire il Regno. siamo chiamati per costruire il Regno: «Non si può capire Cristo senza il regno che Egli è venuto a portare», scrive Papa Francesco in  “Gaudete et exsultate”. Ne consegue che la nostra missione «è inseparabile dalla costruzione del regno». Identificarsi con Cristo e i suoi desideri implica, per ognuno di noi, «l’impegno a costruire, con lui, questo regno di amore, di giustizia e di pace per tutti». «Ci si santificherà solo consegnandoci corpo e anima per dare il meglio di noi in tale impegno». A camminare sulla via della santità, che ha il nome e il volto di Gesù Cristo, siamo chiamati tutti. E la strada da percorrere è quella delle Beatitudini (Mt 5,1-12). Il cuore della rivelazione del Regno è che non esiste nulla al di sopra delle persone e alla comunione delle persone: dobbiamo crederlo e fare di questo dono un impegno. Dice S. Agostino: Dio vuole che il Suo dono diventi tua conquista. La persona è pertanto al centro ed è la fede in Dio Padre che fonda in maniera sacra il valore della persona, che ci lega a un mondo dove esistono gli altri, i fratelli e le sorelle, con i quali il dialogo, la familiarità, l’intesa, deve essere una realtà quotidiana, che rende possibile vivere assieme, che non lascia indifesi, anzi protegge. Si tratta di un dialogo, che è comunione delle diversità, partecipazione delle ricchezze personali, modellato su quella relazione particolarissima che la Rivelazione descrive come vita della Trinità che costituisce le Persone divine. Questo dialogo spinge tutti a vedere il meglio dell’altro e a radicarsi nel meglio di sé; trasforma l’estraneo in amico e libera dal demone della violenza. “Il dialogo è l’arte dei coraggiosi che cura le ferite della divisione e rigenera nel profondo la nostra vita”(T. Bello).Sì, al centro della cultura e di ogni comunità c’è la persona umana con il suo volto, la sua identità e la sua storia, i suoi sogni, le sue utopie, le sue gioie e i suoi dolori. La persona umana non è una cosa che posso usare, strumentalizzare, manipolare, dominare. Non può essere sacrificata alla storia o alla fama dei grandi o ad interessi economici e politici. Mai, per nessun motivo. Di fronte a un’umanità che ha perso la consapevolezza della propria comune origine e il gusto della fraternità siamo chiamati a fare memoria dell’essenziale: “Io sono cosa di Dio, il mio fratello (la mia sorella) è cosa di Dio; a ogni carne, a ogni essere che respira io devo venerazione perché è cosa sacra” (A. Casati). Ci chiama ad essere “uomini e donne senza aggettivi”, come direbbe don Tonino Bello. Non solo, ma Dio ci ricorda che Egli è Padre, “Padre che ama e si prende cura”, il “Padre nostro”, di ciascuno e di tutti, un Padre che ama tutte le sue creature, nate dal suo amore e uscite dalle sue mani. “Per il cristiano avviene come per il bambino: solo se fa l’esperienza di essere amato sarà poi capace di amare. Ad amare si impara: da Dio”. Ad amare senza misura. Ad amare senza misura, come Gesù, fino alla croce. Ricordiamo le sue parole: “Padre, perdona loro…”. (E. Ronchi) L’amore, l’amore senza misura, l’amore reciproco, è la prima condizione per fare di una fraternità, di una realtà in cui convivono persone differenti, il grembo di una unità riconciliata e riconciliante.

Un grembo fecondo di vita per sé e per gli altri. Gli altri mi appartengono e io continuo a credere nella fecondità del comandamento di Gesù: “Amatevi come io vi ho amato…”, e a lasciarmi trasformare dal suo esempio quando lava i piedi ai discepoli, quando chiama Giuda “amico”, quando piange su Lazzaro morto, quando risuscita il figlio della vedova, quando riscatta l’adultera, quando prega per chi lo uccide… Domandiamoci: nella mia comunità oso ripetere i gesti di Gesù? Sono capace di pagare di persona? Trovo la mia gioia nell’obbedienza, anche quando l’obbedienza costa? Sì, perché una comunità – grazie a Dio – non è fatta di persone che si assomigliano, omologate, clonate…, magari sulla mia povera statura…Ognuno ha un posto insostituibile nella comunità, che gli viene dalla sua unicità personale e culturale. Per questo, il primo atteggiamento per rendere feconda la fraternità è quello di capire l’altro nella sua differenza, senza giudicarlo o condannarlo. Ma più ancora si tratta di confermarlo nei suoi doni e nella sua differenza. Bisogna dare a ciascuno lo spazio necessario per crescere nella verità che libera, per potenziare il genio della sua cultura, per maturare la sua bellezza di creatura a immagine e somiglianza del Padre, per diventare più pienamente umano e discepolo di Gesù. Un poeta greco ha scritto: “Noi non conosciamo la nostra statura finché non veniamo chiamati ad alzarci”. Ciascuno di noi è responsabile di aiutare il fratello, la sorella, a conoscere la sua statura, a diventare ciò che è. Santa Caterina da Siena ha scritto: “Se sarete ciò che dovete essere metterete a fuoco l’Italia”. Essere ciò che dobbiamo essere: la “Regola vivente”.

Uomini e donne che riscoprono, per prima cosa, non l’amore attivo ma l’amore passivo, il lasciarsi amare da Dio e vivono con gioia fino in fondo la beatitudine dell’ascolto della Parola di Dio, la beatitudine dei miti di cuore, dei poveri di spirito…

Don Mario, don Joseph, don Edmond, Diacono Tonino, Diacono Massimo e gli Operatori pastorali

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