PER RICOMINCIARE INSIEME

ARCIdiocesi di FERMO – U. P. San  Pietro e Cristo Re – Civitanova Marche

Settembre 2016

INSIEME PER IL VANGELO: vivere la Spiritualità di Comunione

Settembre tempo carico di attese, di speranze, di impegni che si rinnovano, di desideri di cambiamento, di nuovi sogni che si fanno audacemente strada, come quelli di relazioni belle e autentiche, di cammini condivisi.

 

Sogniamo una Chiesa che cammina.
Da Gerusalemme verso la periferia.
Sogniamo una Chiesa che si ferma,

davanti all’uomo ferito.
Sogniamo una Chiesa

che non si lascia sedurre dalla paura.
Sogniamo una Chiesa meno prudente.
Come lo fu il suo Maestro.
Sogniamo una Chiesa che impari dai piccoli.
Senza paura di piangere. E di ridere.
Di morire. E di risorgere.
Sogniamo una Chiesa che grida,

quando l’uomo grida.
Che danza quando l’uomo danza.
Sogniamo una Chiesa che sogna.

Il sogno del suo Maestro.
(don Omar Valsecchi)

 

Ricordo vivamente il momento in cui, durante l’estate, immerso nella lettura della Evangelii gaudium, ho sentito risuonare in me, con una intensità particolare, questa esortazione di Papa Francesco lì contenuta: “Chiediamo la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di tutti.” (EG, 99)

Come parroco di questa meravigliosa comunità ho avuto il dono di intraprendere un cammino di conoscenza e di condivisione con i movimenti, i gruppi, le associazioni ivi presenti e operanti: cammino che ci dà di sperimentare una comunione fraterna in cui si declina – direbbe ancora Papa Francesco – “una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia” (EG, 220); di vivere una “fraternità mistica” (EG, 92) che, incastonandosi nel cuore del “lieto annuncio” di Gesù, si fa testimonianza efficace per il mondo (cf Gv 17,21); di coltivare un rapporto d’amore che ci fa davvero rallegrare dei frutti gli uni degli altri.

E se la Chiesa, come ci testimonia ogni giorno papa Francesco, è l’abbraccio di Dio al mondo, vario e variopinto, che sembra star al di fuori della chiesa, fuori del tempio, anche la nostra comunità è chiamata a diventare schola amorisluogo di esperienza di fraternità dove essere amati, ascoltati, accolti, attesi e dove si impara a propria volta ad amare, ad ascoltare, ad accogliere, ad attendere, ad avere lo stile tanto caro al nostro Papa di “Chiesa in uscita”, vivendo una autentica e genuina ‘Spiritualità della comunione’!

Spiritualità della comunione significa innanzitutto uno sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto”.

Spiritualità della comunione è vivere una tale fraternità che essa non si potrebbe spiegare se Dio non fosse uno e trino. Alla auspicabile domanda: perché i cristiani si amano tanto? Dovrebbe scattare immediata la risposta: perché il nostro è un Dio di persone che si amano, al punto da essere tre in uno.

Spiritualità della comunione è saper ‘fare spazio’ al fratello, portando ‘i pesi gli uni degli altri’ (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie”.(NMI 43)

Sì, siamo testimoni di Lui non alla spicciolata, come individui ‘sfusi’, disarticolati e dispersi, ma come figli radunati e uniti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

La nostra comunione è la prima, insostituibile testimonianza che siamo chiamati a dare al mondo: al di sopra di ogni progetto, prima di qualsiasi programma, come condizione previa a qualunque attività o iniziativa, viene quella unità tra i figli di Dio, per cui Gesù ha dato la sua vita.

Ma la nostra comunione fraterna non è però idillio patetico o sterile tenerume: essa abita in via della croce, perché la comunione vera, credibile, effettiva è sempre una comunione in cammino.

E allora per costruirla occorre imparare a perdere. È necessario infatti che muoia il mio io possessivo e vorace, è indispensabile non essere più io a vivere, ma Cristo in me, per poter condividere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Quei sentimenti sono l’umiltà: Cristo da ricco che era si fece povero per noi; la gratuità: non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; la carità: ci ha amato e ha dato se stesso per noi; il perdono: mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi.

Forse nessuno meglio dell’indimenticabile patriarca Atenagora ha espresso in modo efficace che cosa significhi percorrere la via della croce:                                                                                                      

«Occorre fare la guerra più dura che è quella contro se stessi, bisogna riuscire a disarmarsi. Ho fatto questa guerra per anni ed è stata terribile, ma adesso sono disarmato, non ho più paura di nulla poiché l’amore caccia il timore. Sono disarmato della volontà di aver ragione, di giustificarmi squalificando gli altri.

Non sono più in guardia, gelosamente aggrappato alle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non tengo in modo particolare alle mie idee, ai miei progetti; se me ne vengono presentati dei migliori, o anche non migliori ma buoni, li accetto senza rimpianti. Ho rinunciato al comparativo.

Ciò che è buono, reale, vero è sempre il meglio per me. Ecco perché non ho più paura. Se ci si disarma, se ci si spossessa, se ci si apre al Dio-uomo che fa nuove tutte le cose, allora lui cancella il brutto passato e ci rende un tempo nuovo nel quale tutto è possibile».

Imparare ad amare così, imparare a stare in una comunità, imparare a costruirla non è per nulla facile … è come essere piantati in un giardino con ogni specie di fiori, di piante. Ognuno coi suoi tempi di maturazione, di crescita, di fioritura, ognuno coi suoi colori, coi suoi frutti può dar vita a uno splendido giardino.

“Se vuoi che qualcuno costruisca una nave, fallo prima innamorare del mare” recita un detto brasiliano: sono certo che Gesù e il suo Vangelo, il volto della Chiesa che ci regala papa Francesco sapranno farci innamorare!

Veramente “quando viviamo la mistica di avvicinarci agli altri con l’intento di cercare il loro bene, allarghiamo la nostra interiorità per ricevere i più bei regali del Signore.” (EG, 272)

Per imparare a questa “scuola” occorre però tornare al nostro Maestro, occorre tornare al Vangelo: qui si respira a pieni polmoni la libertà, la misericordia, la speranza, la tenerezza, il perdono, la fraternità, l’accoglienza, la giustizia.

E ogni volta di fronte al Vangelo si resta stupiti: non è un libro antico, superato … piuttosto non lo abbiamo mai raggiunto. Ogni volta il Vangelo ci scompiglia la vita, le facili certezze, le incallite durezze.

Ogni volta inquieta il nostro cuore a volte congelato e la nostra coscienza a volte troppo tranquilla e silenziosa.

Questo “fuoco” e “vento” dell’amore che il Vangelo sprigiona e che genera comunione è non un amore senza passione. E mi ritorna al cuore la parola del Cantico dei cantici: “le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo”.

L’amore vuole la cura, la cura della relazione per cui ognuno dovrebbe imparare ad avere il proprio centro fuori da sé, ad essere “in uscita”.

Infatti quello che, in questo tempo, a me sembra un fatto nuovo è l’allargarsi di una fascia sempre più consistente, oggi numerosissima, di persone che non si identificano più con la chiesa eppure sono profondamente appassionate di Gesù e del vangelo, donne e uomini della soglia.

“A me sembra che quanti nella chiesa sono condotti dal fuoco, e dunque hanno anche un cuore, dovrebbero avere sensibilità per questa nuova condizione, di sorelle e fratelli che per debito di coscienza, non entrano. Dovremmo di conseguenza chiederci come vederli, come relazionarci con loro, come accogliere la loro provocazione. Forse una direzione di senso l’aveva allusa il Card. Martini con la proposta della sua cattedra dei non credenti.”(Angelo Casati)

Sono rimasto affascinato dalla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Rio de Janeiro quando il fuoco portato dall’ultimo tedoforo ha dato vita a uno splendido spettacolo: quella luce riflessa in tanti specchi ha illuminato tutto l’immenso stadio. Mi piace pensare che sia così anche per il Vangelo: chi raccoglie, custodisce, coltiva, fa crescere nella sua vita e nelle scelte di ogni giorno il seme evangelico gettato da Gesù, dà vita ai miracoli dell’oggi, porta luce, calore, bellezza. Fa fiorire l’umano, fa rifiorire la speranza…

“Ai parroci di prima nomina, in un suo scritto, il Card. Martini confidava a quale immagine di chiesa avrebbe dovuto ispirarsi una parrocchia, non quella del parroco padrone, la piramide né, diceva, sul modello di comunità totalizzanti, dove tutti sanno tutto di tutti, dove tutti sono corresponsabili. Ma poi in realtà i veri corresponsabili, diceva, sono il due per cento. E continuava. “Porto nei consigli pastorali l’immagine del fuoco, acceso dagli scout nella notte, ai margini del bosco, alcuni di loro si lasciano arrostire, buttano la legna sul fuoco, lo attizzano; altri si avvicinano per scaldarsi; altri ancora stanno lontano, hanno paura di avvicinarsi, però sono attratti. È molto importante che questo fuoco ci sia, perché oggi o domani si accosteranno tutti e alla fine aiuteranno a mettere la legna. Il Signore vuole la salvezza di tutti, la comunità opera anche a favore di chi vaga nel bosco e di chi è un po’ fuori, ai margini” (Angelo Casati)

Essere cristiani, testimoni di Cristo risorto oggi vuol dire proprio questo. A noi tocca creare cenacoli fraterni aperti di resistenza e soffiare. Soffiare insieme sulla brace: “è nella comunione che un dono si rivela autenticamente e misteriosamente fecondo” (EG 130), è dalla comunione che possono spuntare “nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale.” (EG 11)

Certi che la speranza vede l’invisibile, tocca l’intangibile, raggiunge l’impossibile. Direbbe Giorgio La Pira, il famoso sindaco di Firenze degli anni 50/60: “Sono un po’ sognatore? Forse: ma il cristianesimo tutto è un ‘sogno’, il dolcissimo sogno di un Dio fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio!”.                      Buon “santo viaggio” insieme!

Don Mario, don Joseph, don Edmond, Diacono Tonino, Diacono Massimo e gli Operatori pastorali

Lascia un commento