COMMENTO ALLE LETTURE DELLA TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

Es 17, 3-7; Sal.94; Rm 5, 1-2. 5-8; Gv 4, 5-42.

  1. ERMES RONCHI
    Pregare non è questione di luoghi o templi: dove sei vero, ogni volta che sei vero, il Padre è con te.
    Seduto con te al muretto del pozzo, a bere ogni parola.
    Per riannodare i fili di un amore ecco il metodo di Dio, in uno dei brani più ricchi del Vangelo.
    Al pozzo di Giacobbe, Gesù accompagna una donna verso il Suo mistero passando per la sua storia
    di donna, aiutandola a capirsi.
    Nulla rivela così tanto dell’uomo quanto i suoi amori. Ed è proprio così che Gesù si accosta alla
    Samaritana dai molti amori, ma rimasta nel deserto dell’amore.
    Da Sicar si vedono il monte Garizim e cinque colli con i resti dei templi pagani. Il popolo ha seguito
    i cinque idoli, come ha fatto la donna coi suoi uomini. Storia, simbolo, popolo, persona, tutto si
    fonde per convergere lì: lo Sposo cerca la sposa perduta. Dal momento in cui ti mette in vita, Dio ti
    invita alle nozze con Lui. Ognuno a suo modo.
    Dammi da bere!! Sete, ma non di acqua. E’ l’incontro che ti cambia la vita! L’incontro con chi ti
    parla come nessuno. Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo!
    Gesù inizia il corteggiamento (la fede è la risposta alla seduzione di Dio) offrendo qualcosa: se tu
    sapessi…
    Lui sa che tutti troviamo più semplice, in cambio di un grande amore, inseguirne cento, piccoli e
    inappaganti. Ma non aggredisce la donna dai cinque mariti, nessuna morale per lei.. la incontra
    senza farla arrossire.
    Delicatezza assoluta.
    Donna, non vivere per questo: fame, sete, amori, un po’ di religione; lo sai, alla fine avrai un po’
    acqua, ma sempre poca! Non vivere senza dono.
    Il dono è il fulcro della storia tra i due: non una brocca più grande, non un pozzo più profondo, ma
    un’immagine bellissima: lei condotta verso la sua sorgente a trovare verità e bene anche nella sua
    vita accidentata.
    Ed è su questo frammento d’oro che s’appoggia, saldo, il resto del dialogo.
    Niente consigli, di più: Gesù ne fa un tempio. Mi chiedi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei
    tu il monte!
    Tu il tempio sicuro in cui Dio si annida in spirito e verità!
    Pregare non è questione di luoghi, monti o templi: dove sei vero, ogni volta che sei vero, il
    Padre è con te.
    Seduto con te al muretto del pozzo, a bere ogni parola.
    Il canto della sorgente.
    Ti darò la mia vita, che non è possesso, che non puoi contenere, imparerai che se la vita non va
    verso altri in fecondità, è vita mancata.
    La donna di Samaria capisce che non placherà mai la sua sete bevendo a sazietà, ma solo se sarà
    acqua buona per altri.
    E corre via, abbandona brocca e pozzo, chiama, annuncia, testimonia, ferma tutti per strada,
    profetizza e contagia d’azzurro… c’è uno che mi ha detto tutto…
    La sua debolezza diventa forza e roccia, le ferite di ieri feritoie di futuro.
    Gesù è colui che non mi rinchiude nei miei fallimenti numerosi come gli uomini della samaritana,
    ma chiede che la mia vita sia canto di sorgente.
    E anch’io, giunto al pozzo come mendicante d’acqua, me ne tornerò, dissetato, a mendicare il cielo.
  2. GAETANO PICCOLO
    «La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato».
    Sant’Agostino, In Io. Ev. tr. 15, 6.10-17
    Quella inevitabile sete
    La sete è un bisogno che accompagna inevitabilmente le nostre giornate. Nel viaggio, lungo la
    strada, ci possono mancare tante cose, ma niente è più necessario come l’acqua. Ormai è
    diventata persino una moda: dopo il cellulare sempre in mano, adesso è la volta della borraccia
    sempre nello zaino. Questa volta però potrebbe essere una bella immagine della nostra vita: ci
    sono cose di cui non possiamo fare a meno! Forse ciascuno potrebbe personalizzare la propria
    bottiglia, scrivendoci sopra il nome che daremmo a quello che più ci manca nel viaggio della vita.
    Questo vale anche nel cammino spirituale, perché, come alla donna samaritana così anche a noi,
    Gesù chiede di presentare davanti a lui il nostro desiderio più profondo. Ascoltando la storia di
    questa donna, capiamo subito che ella aveva un grande bisogno di qualcuno che le volesse bene.
    È una donna inquieta, che forse ha cercato alle sorgenti sbagliate una risposta alla propria sete
    d’amore. Tutti i dettagli di questo testo del Vangelo di Giovanni sembrano descrivere una storia di
    corteggiamento, nella quale Gesù si rivela come il vero sposo.
    La paura della luce
    Fin da subito Giovanni ci mette in questo contesto nuziale, collocando la scena intorno a un
    pozzo, luogo ove si combinavano i matrimoni (cf Gn 24; Gn 29; Es 2). La presenza di Gesù
    sconvolge i piani di questa donna: se qualcuno va a prendere l’acqua a mezzogiorno,
    probabilmente non vuole incontrare nessuno. Questa donna non vuole essere vista, altrimenti
    non si sottoporrebbe alla fatica di uscire a mezzogiorno e di portarsi addosso, sotto il sole
    cocente, il peso di un’anfora piena d’acqua. E del resto non correrebbe il rischio evidente di
    portarsi a casa un’acqua ormai calda dopo aver camminato sotto il sole di mezzogiorno.
    Ma l’ora sesta non è solo quella in cui il sole è più alto, è anche il momento in cui c’è più luce. È il
    momento in cui si può vedere meglio. Questa sarà infatti l’ora in cui Gesù si lascerà vedere, ma
    sarà anche l’occasione per questa donna di vedere meglio dentro se stessa.
    Chi è il più forte?
    Pur di incontrarci, Gesù è disposto a farsi povero e mendicante davanti a noi. Si fa maestro di
    dialogo, perché a volte per raggiungere il cuore di una persona, devi accettare di farti vedere
    bisognoso. Gesù rinuncia a farsi vedere autosufficiente, chiede a questa donna di prendersi cura
    di lui. È un modo per lasciare che si avvicini, senza spaventarsi. E infatti la donna samaritana
    mostra le sue armi: tu non hai un secchio per attingere e il pozzo è profondo. È un modo per
    dire: in questo momento io sono più forte di te, ti tengo in pugno, hai bisogno di me.
    Al contrario, Gesù le mette davanti il suo inerme desiderio: ho sete! Sono le stesse parole che
    Gesù dirà sulla croce. Sì, Gesù ha sete della salvezza di questa donna, ha sete della felicità di
    ciascuno di noi. Vuole dare risposta a quel desiderio di vita piena che ciascuno di noi si porta nel
    cuore, dentro quel cuore che a volte è proprio un abisso come un pozzo, dal quale non riusciamo
    più a tirar fuori l’acqua che dà vita.
    Una storia sbagliata
    Nell’incontro con Gesù, Egli si fa conoscere, ma inevitabilmente anche noi siamo svelati a noi
    stessi. Gesù fa emergere la storia di questa donna non per giudicarla, ma perché finalmente la
    presenti a lui. Egli vuole farne una storia guarita. Gesù fa emergere il desiderio profondo di
    questa donna. La aiuta a comprendere cioè che le manca, sebbene non abbia il coraggio di
    riconoscere ciò che veramente desidera.
    Si tratta di una storia complicata, che la gente ha sicuramente giudicato e condannato. E forse
    proprio per questo motivo questa donna samaritana era solita recarsi al pozzo quando non poteva
    essere vista, forse per non sentire lo sguardo delle altre donne sui suoi errori. Si tratta di una
    storia che parla di cinque mariti, a cui si aggiunge un sesto uomo che non è neppure suo marito.
    Questo numero sei allude a un’imperfezione e rimanda a un bisogno di completezza. Le manca lo
    sposo vero, il settimo, colui che può rispondere al suo desiderio di essere amata. Gesù si rivela
    qui come lo sposo vero che dà pienezza a quel desiderio profondo che ciascuno di noi si porta nel
    cuore.
    Un muro teologico
    Sentendosi svelata, questa donna resiste, e comincia a mettere davanti a Gesù una serie di
    preoccupazioni teologiche che riguardano il luogo in cui adorare Dio e le profezie sull’attesa del
    Messia. Pensieri che in qualche modo stonano con il contesto di amore e di relazione che si stava
    costruendo. È evidentemente un modo per difendersi e allontanare quell’incontro. È quello che
    succede anche a ciascuno di noi quando nella preghiera il Signore ci invita a guardarci dentro, e
    per evitare di incontrare la verità su noi stessi, cominciamo a perderci in riflessioni teologiche che
    hanno il solo scopo di allontanare l’incontro vero con Gesù.
    Ma anche attraverso quel groviglio di ragionamenti, Gesù sa farsi avanti e si lascia vedere in tutta
    la sua bellezza: sono io che ti parlo. È come dire: sono qui per te. Mi sono avvicinato proprio a te.
    Perdere la brocca
    Alla fine di questo incontro, la donna samaritana ci viene presentata come una persona
    innamorata e disarmata. Corre via ad annunciare quello che ha vissuto, il suo incontro d’amore.
    Si è sentita finalmente amata e vuole dirlo a tutti. È l’amore che ci spinge ad annunciare il
    Vangelo! E nell’intento di gridare la sua gioia, la donna lascia la brocca ai piedi di Gesù: quella
    brocca è il suo passato. Il peso di quella brocca, che doveva portare sulla sua testa piena d’acqua
    sotto il sole di mezzogiorno, le ricordava ogni volta la sua vita complicata e dolorosa. Ma adesso,
    finalmente, può lasciare quel peso ai piedi di Gesù. Il suo passato è consegnato. E solo così può
    avere la leggerezza per andare ad annunciare il Vangelo.
    Ma quella brocca era anche l’arma che aveva cercato di brandire davanti a Gesù, facendogli
    notare che solo lei aveva un mezzo per attingere acqua dal pozzo. Adesso, però, è una donna
    disarmata, non ha più bisogno di difendersi davanti a Gesù, può lasciarsi vedere in tutta la sua
    fragilità.
    Missionari perché amati
    L’amore ci rende missionari. Molti pensano di annunciare il Vangelo dei doveri, degli obblighi e
    dei moralismi. Ma si capisce subito quando una persona, soprattutto un sacerdote, sta
    annunciando il vangelo dell’amore o sta annunziando se stesso e le sue manie. Solo chi ha fatto
    l’esperienza di sentirsi amato nella sua debolezza può annunciare veramente Cristo come
    Salvatore.
    Sì, abbiamo bisogno di diventare testimoni e annunciatori come questa donna, ma dobbiamo poi
    lasciare alle persone la possibilità di vivere un incontro personale con Gesù. La nostra mediazione
    è fondamentale, ma poi dobbiamo essere capaci, anche come educatori, di farci da parte e creare
    le condizioni perché ciascuno possa incontrare personalmente il Signore. Questa donna si è fatta
    da parte e ha permesso agli altri di diventare adulti nella fede.
    Leggersi dentro
  • Qual è la cosa più ti manca in questo momento della vita?
  • Vivi sotto il peso del tuo passato o riesci a consegnarlo a Gesù?
  1. Acqua e pozzo
    In questi giorni per evitare la diffusione del contagio siamo invitati a restare a casa. E’ un tempo particolare,
    abitato da preoccupazioni di tipo diverso, per la malattia, per le difficoltà di gestione della vita quotidiana, per le
    conseguenze economiche. Un tempo sospeso. Non per tutti tuttavia è così: ci sono i malati innanzitutto, ci sono
    coloro che nel mondo della sanità si stanno prendendo cura di tanti.
    Un primo pensiero di questi giorni va certamente alla fragilità del nostro essere umani e alla provocazione che tale
    momento di fermata ha portato alle nostre vite. Con le parole della poesia Mariangela Gualtieri esprime il
    messaggio che reca con sé il fermarsi obbligato di queste ore (a questo link la poesia Nove marzo duemilaventi):
    Questo ti voglio dire
    ci dovevamo fermare.
    Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
    ch’era troppo furioso
    il nostro fare. Stare dentro le cose.
    Tutti fuori di noi.
    Agitare ogni ora – farla fruttare.
    Ci dovevamo fermare
    e non ci riuscivamo.
    Andava fatto insieme.
    Rallentare la corsa.
    Ma non ci riuscivamo.
    Non c’era sforzo umano
    che ci potesse bloccare.
    Luigino Bruni usa l’espressione ‘quaresima del capitalismo’ per descrivere in una parola questi giorni in cui il
    meccanismo che guida le nostre vite si è per un attimo fermato: “Le grandi crisi ribaltano le vecchie ‘piramidi dei
    bisogni’. Tutte le civiltà queste cose le hanno sempre sapute, quella capitalistica lo aveva dimenticato, speriamo lo
    reimpari dal dolore di questi giorni (…) Che il re (capitalista) fosse nudo, ce lo aveva detto, come nella fiaba, una
    bambina, un anno fa. Noi non l’abbiamo ascoltata, e abbiamo continuato a vivere come se i vestiti del re ci fossero
    realmente, incantati dal benessere e dal delirio di onnipotenza. Questo virus è un secondo messaggio, che
    possiamo gestire e poi continuare a vivere come prima, o interpretare con saggezza e cambiare, cambiare molto.”
    (La quaresima del capitalismo, “Avvenire” 11 marzo 2020)
    C’è una attenzione diffusa ad accogliere le indicazioni che suggeriscono tutte le misure di precauzione per
    difendere se stessi dal contagio ma anche per difendere gli altri, i più vulnerabili. La paura del contagio si
    accompagna peraltro all’indifferenza e alla superficialità dei tanti, tra cui coloro che, nel momento in cui si è
    richiamati a solidarietà in un comune sforzo di attenzione, cercano invece il proprio lucro e vantaggio: si pensi a
    tutte le forme di spensierata indifferenza di molti nelle scorse settimane a fronte di avvisi e preannunci, all’invito
    ad andare a sciare a prezzi scontati di alcuni centri sciistici proposto nel week-end scorso prima che il decreto
    governativo dell’8 marzo determinasse la chiusura di tutti gli impianti…
    Sono giorni che rivelano come si possa così vivere una duplice attitudine: quella di un egoismo che fa ancora
    ripiegare maggiormente sul proprio ‘particulare’ in un rallentamento che diventa isolamento e distanza dai
    rapporti con gli altri, nell’indifferenza egoista. E d’altra parte quella di una attenzione più forte all’altro, all’altro
    vicino e lontano.
    Ce lo può ricordare una storia per bambini, che riprendo da una sollecitazione di Francesca Mannocchi, giornalista:
    la storia di Pezzettino
    “Pezzettino non sa chi è. Pensa di essere il pezzo smarrito di qualcun altro, di qualche altra cosa. E allora inizia la
    sua ricerca del tutto perduto. Se io sono ciò che manca – pensa Pezzettino nel suo viaggio – a qualcuno, qualcosa
    mancherà un pezzo. E vaga allora Pezzettino, va alla ricerca della parte che dia senso alla sua ricerca. Sembra che
    nessuno abbia perso nulla però. Tutti gli dicono: No, Pezzettino. Noi siamo interi, cerca altrove. E Pezzettino,
    vagando, vagando ad un certo punto cade e si rompe in tanti più piccoli pezzettini. E lì., in quella frattura, in
    quell’infrangersi, capisce che anche lui come tanti è fatto di pezzi. Che sono i pezzi piccoli, tenuti insieme con
    grazia e amore, a fare il corpo intero. Siamo caduti, come Pezzettino. Ci siamo rotti in mille pezzi e abbiamo paura.
    E come Pezzettino scopriremo da incrinati e scomposti quanto conti essere solidi per ricomporsi e tenerci
    insieme. Proteggere il singolo pezzo per proteggere tutti” (da Instagram)
    Come Pezzettino scorgiamo che in questi giorni non possiamo dimenticare chi è lasciato ai margini del mondo,
    una sotto-umanità privata di cura e attenzione. In questo momento al confine tra Turchia e Grecia si stanno
    compiendo violazioni inaudite di diritti umani fondamentali. Nei campi del mare Egeo decine di migliaia di migranti
    (si calcola circa 44 mila profughi) sono costretti in condizioni disumane. Gruppi neonazisti sono stati lasciati liberi
    di operare in scorrerie per intimidire e respingere i migranti che cercavano di passare dalla Turchia in Grecia. A
    Lesbo sono insostenibili le condizioni di vita dei campi dove sono richiuse ventimila persone, tra cui settemila
    bambini, senza possibilità di muoversi in attesa di una risposta alla loro richiesta di asilo.
    La sede di una ONG che si dedicava all’istruzione dei bambini è stata data alle fiamme la settimana scorsa. La
    guardia costiera greca anziché portare soccorso cerca di impedire la navigazione di gommoni con azioni di
    speronamento e sparando in acqua. (Annalisa Camilli, A Lesbo finisce l’Europa, “Internazionale” 3 marzo 2020).
    Prigioni segrete sono istituite per radunare i migranti e respingerli senza offrire loro nessuna possibilità di
    richiesta di protezione. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato la presenza di queste strutture.
    In questo tempo in cui è così importante riscoprire la preziosità dell’informazione e della possibilità di conoscere
    le situazioni di sofferenza di chi è così lontano ma anche così vicino, diviene possibile riscoprire di essere
    pezzettini di una grande unica umanità. Un appello di 152 organizzazioni tra cui ASGI intitolata Protect our Laws
    and Humanity indirizzato al Primo Ministro greco Mitsotakis al Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli,
    al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel e alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von
    der Leyen chiede all’Unione europea di: “Assumere le loro responsabilità in materia di protezione dei migranti alla
    luce di una situazione che chiama in causa l’intera Europa e farlo in un modo da dimostrare il rispetto della dignità
    umana e della legalità. Il diritto di asilo e il rispetto del principio di non respingimento sono elementi fondamentali
    del diritto europeo e internazionale e per questo le autorità europee devono intraprendere le iniziative necessarie
    a promuoverne il loro rispetto”.
    Mi ha colpito un messaggio ricevuto dalla Caritas di Milano: “Il nostro Arcivescovo Mario Delpini, in un intervento
    televisivo recente ha voluto iniziare il suo discorso utilizzando un avverbio che lui stesso ha definito “complicato”.
    “Addirittura”…. “Addirittura a Milano, addirittura in Lombardia…” ma nel suo spiegare l’uso di questa parola ha
    raccontato che quell’addirittura può essere letto come una determinazione a resistere, a fare del bene, a
    seminare sorrisi. “Si può addirittura usare il proprio tempo per fare del bene”.
    Allora il nostro invito è rivolto proprio a questa esortazione: provare a uscire dalla nostra situazione allargando lo
    sguardo verso chi, in altre parti del mondo soffre“.
    Anche coloro che in questo tempo vivono in carcere sono parte di un’umanità ferita e chiedono a tutti di allargare
    il proprio sguardo.
    “il carcere è il perimetro degli spazi angusti, del respiro che manca, del fiato che si fa corto, cortissimo, dei letti a
    castello, dove chi dorme sulla branda superiore sbatte il capo contro il soffitto. È il luogo dell’asfissia, dell’aria
    viziata, della tosse, dell’affanno, della saliva e del catarro, degli odori acidi che si fanno spessi e grevi. Chi si trova
    recluso e apprende, attraverso la tv, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di
    essere con le spalle al muro, assediato in un lazzaretto, che gli amputa le poche risorse e le scarse facoltà
    rimastegli. Un isolamento sensoriale che si somma a quello fisico e materiale proprio dell’architettura carceraria e
    ne esaspera il processo di deresponsabilizzazione, sottraendo totalmente la gestione della profilassi ai suoi
    destinatari: i detenuti stessi. Si deve ricordare, tuttavia, che il degrado della condizione carceraria, specie negli
    ultimi due anni, non è questione che riguarda i soli carcerati. La salute di questi è un bene prezioso per noi tutti; ed
    è la sola garanzia che nei luoghi più chiusi e oscuri non si formino focolai dalle conseguenze inimmaginabili” (Luigi
    Manconi, I centimetri del carcere, “la Repubblica” 10 marzo 2020)
    Sorprendono in questi giorni anche le voci di chi è impegnato in prima fila nel soccorrere altri, i più deboli, i malati.
    Si scopre quanto prezioso sia il mondo della sanità e tutti coloro che ci lavorano spesso senza alcun
    riconoscimento, un ambiente così fortemente segnato dalle politiche che hanno depotenziato le capacità di
    assistenza e di cura. Le testimonianze di operatori sanitari in questi giorni sono importanti. Maria Rita Gismondo,
    virologa all’Istituto Sacco di Milano ha detto: “Il virus ci ha insegnato una cosa: in un mondo che vuole innalzare
    muri, la natura ci ha dimostrato che i confini non esistono” (Intervista a La Repubblica 4 marzo 2020). Una
    infermiera intervistata “si dice «fiera», questo lavoro è così importante, anche quando «entri nella camera del
    paziente, e cerchi di toccare il minimo indispensabile. Non bisogna scrivere niente, bisogna memorizzare tutto e
    solo dopo scrivere, anche un foglio contaminato potrebbe permettere al virus di diffondersi, le nostre conoscenze
    sono ancora limitate». In più, aggiunge che «ogni persona che arriva qui ci regala la sua umanità, la sua bellezza e
    verità», sembra incredibile ma dice proprio così”. (Alessandra Corica e Brunella Giovara, Coronavirus, gli infermieri
    in prima linea tra paura e fierezza “Quelle vite nelle nostre mani”; “La Repubblica” 11 marzo 2020).
    In questi giorni ci è offerta una possibilità per andare un po’ in profondità, sondare con lo sguardo in giù, nel
    pozzo della vita e in questo scendere aprirsi ad ascoltare e accogliere una sete, l’attesa di acqua che sta al cuore
    delle nostre esistenze legate insieme.
    Alessandro Cortesi op
  2. PAOLOSCQUIZZATO
    Siamo tutti rabdomanti in cerca di una sorgente in grado di donare il senso del vivere e il modo di trattare
    gli anni che ci cadono addosso.
    Questa donna, – in quanto samaritana nemica giurata dell’establishment religioso israelita – è in cerca di
    quell’acqua capace di compierle il cuore. E Gesù, rabdomante del desiderio del cuore dell’uomo, si siede
    ad attenderla, e dinanzi alla finitezza d’un pozzo, le mostra l’abisso d’una sorgente.
    Facciamo spesso esperienza di pozzi e pozzanghere. Possiamo tutto, possediamo il superfluo, ‘abbiamo
    troppo pane, tanto che la sazietà non ci basta più’, ma rischiamo di non sapere per quale motivo stiamo
    su questa terra.
    Entrambi sono convinti che esista un Dio capace di donare senso all’esistere, ma la questione è ‘quale
    Dio?’. Quello della religione legato a un tempio – di Gerusalemme o sul monte Garizim che sia – o quello
    Spirito che abita la creazione intera e che con amorevole cura la guida verso il compimento?
    Gesù dà la sua risposta, affermando che del suo Dio – in grado di dissetare la vita – se ne può far
    esperienza ‘in spirito e verità’, e non ‘su questo monte o a Gerusalemme’. Ossia, non sarà mai una
    religione ad assicurarci la salvezza e la possibilità di esaurire l’incontro col divino.
    L’Assoluto(letteralmente ‘ciò che è slegato da’) sta sempre oltre ogni forma di religione storica. La
    questione è fare esperienza, ‘entrare dentro’ al divino che ci abita, nello spirito e verità più
    profonda che è in noi. Lo intuì già Paolo in Atti: “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (17, 28).
    Le religioni passano, e con esse tutto il loro armamentario cultuale, rituale e dogmatico; ciò che
    rimarrà è lo Spirito, l’acqua viva (v. 10) che sgorga dalla nostra sorgente.
    Questa è la ‘verità’, che assume la forma di libertà, «la forma di una persona, ed è pronta a prendere per
    mano ciascuno di noi affinché diventi come Dio, una persona che vive in libertà, fondata nell’amore,
    dipendente in quanto creatura, ma chiamata all’infinità» (Drewermann).
  3. Osare la propria sete di incontro di Luciano Manicardi
    La terza, quarta e quinta domenica di Quaresima del ciclo “A” presentano una tematica sacramentale
    legata all’iniziazione cristiana, al battesimo, espressa attraverso il simbolismo rispettivamente
    dell’acqua, della luce e della vita. Uscendo dall’immersione nell’acqua battesimale, l’uomo passa dalle
    tenebre alla luce e inizia una vita nuova in Cristo. Così i tre temi dell’acqua, nella III domenica di
    Quaresima con l’episodio della donna di Samaria al pozzo di Sicar, della luce, nella IV domenica con
    l’episodio del cieco nato che ritrova la vista, e della vita, nella V domenica con il racconto della
    resurrezione di Lazzaro, creano un percorso unitario.
    L’odierna pagina evangelica, che interroga il lettore credente su quale sia la sua sete, il suo desiderio
    profondo, costituisce una vera e propria pedagogia della fede e disegna un percorso di conoscenza di
    Gesù:
    v. 10: se tu conoscessi chi è che ti dice ‘Dammi da bere’
    v. 19: Signore vedo che tu sei un profeta
    vv. 25-26: So che deve venire il Messia. E Gesù: ‘Sono io che ti parlo’
    v. 29: Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto ciò che ho fatto. Che sia il Messia?
    v. 42: Noi sappiamo che costui è veramente il salvatore del mondo.
    Il testo presenta un itinerario verso la conoscenza di Gesù come Messia e Salvatore. Ma insegna anche
    che tale conoscenza passa attraverso la conoscenza degli altri, attraverso gli incontri con altre
    persone. Ci istruisce sull’arte dell’incontro con l’altro quale via attraverso la quale noi possiamo anche
    arrivare a conoscere Gesù.
    Gesù attraversa la Samaria (Gv 4,4). Il testo dice che Gesù deve solo attraversare questa terra che
    era ostile ai Giudei per motivi religiosi che si palesavano p. es., nel differente luogo di culto,
    Gerusalemme per i Giudei, il monte Garizim per i Samaritani. Gesù passa attraverso la Samaria, ma da
    terra che deve solo essere attraversata, la Samaria diventa terra di soggiorno: per due giorni Gesù si
    fermerà (Gv 4,43). In effetti, l’incontro con la Samaritana darà origine all’evangelizzazione della
    Samaria ad opera della donna e all’incontro di Gesù con i Samaritani.
    Il testo dice che, a causa del viaggio e della calura, Gesù è stanco e perciò si ferma presso un pozzo.
    Gesù ha sete, ed ecco una donna viene ad attingere acqua dal pozzo. L’incontro inizia quando si osa la
    propria sete, l’incontro nasce dal desiderio. Ma ciò che colpisce è che pur essendo entrambi assetati,
    Gesù e la Samaritana, di nessuno dei due si dirà che abbia bevuto. Gesù non berrà l’acqua, la donna
    dimenticherà la sua anfora e tornerà nel villaggio a dare l’annuncio dell’incontro fatto (Gv 4,28-29).
    Perché la vera sete è sete di incontro. Per incontrare l’altro Gesù osa il proprio bisogno e chiede
    “Dammi da bere”. Gesù osa andare oltre le barriere stabilite e, pur essendo in terra straniera, ed
    essendo considerato nemico dalla popolazione locale, egli osa chiedere. La cosa è tutt’altro che banale.
    Nel Talmud si dice che Rabbi Yosé il Galileo, che si era fermato per strada a chiedere indicazioni a una
    donna si vide apostrofato da lei in questo modo: “Stupido Galileo, non hanno forse comandato i saggi:
    ‘Non impegnarti in una lunga conversazione con una donna?’”. Qui si dirà che i discepoli erano stupiti che
    Gesù stesse a parlare con una donna (v. 27). C’è in Gesù il coraggio della semplicità, di esporsi nel
    momento del bisogno, di rivolgere la parola a chi ha di fronte e gli può dare un aiuto anche se questo
    contravviene alle convenzioni e alla prudenza condensata in regole di comportamento religiosamente
    ispirate. Gesù compie questi gesti, anche se per questo potrà essere giudicato.
    Ma chi è libero, è libero anzitutto dalla paura di essere giudicato. Gesù riconosce di aver bisogno di
    questa donna e le rivolge la parola. Si espone all’altro, dando inizio a qualcosa che non sa dove lo
    porterà. Noi non sappiamo dove ci condurrà il dialogo, dove l’incontro ci potrà condurre e per paura
    possiamo erigere barriere e starcene nel chiuso delle nostre sicurezze e delle nostre corazze. Per
    paura possiamo astenerci dal rischio dell’amore. Gesù non teme di esporsi all’incontro. Non ha quella
    paura che spesso è la nostra e che ci porta ad agire nel modo descritto magistralmente da un grande
    scrittore del secolo scorso: “Amare è sempre essere vulnerabili. Ama qualche cosa e il tuo cuore
    certamente si ritroverà diviso, rotto, sofferente.
    Se vuoi essere sicuro di mantenere intatto il tuo cuore, non darlo a nessuno, neanche a un animale.
    Avvolgilo attentamente in hobby, in piccoli lussi, in abitudini quotidiane, in dettagli insignificanti, evita
    ogni coinvolgimento amoroso, chiudilo al sicuro nell’urna o nella bara del tuo egoismo, ma nell’urna
    sicura, oscura, immobile, senza aria, il tuo cuore cambierà, non si romperà, stanne certo, diventerà
    infrangibile, impenetrabile, irrimediabile. L’alternativa alla tragedia, o almeno al rischio della tragedia,
    è la condanna. L’unico luogo, a parte il cielo, dove può essere perfettamente salvo da tutti i pericoli e
    perturbazioni dell’amore è l’inferno” (Clive Staples Lewis). Vuoi proteggere il tuo cuore, vuoi evitare di
    soffrire (e nessuno nega che tu possa avere motivi profondi per difenderti da questo dolore intimo)?
    Evita ogni coinvolgimento amoroso, evita ogni relazione che ti coinvolga. Ma sappi che così ti condanni
    all’inferno: il luogo dove il cuore può essere protetto da tutti i pericoli d’amore è l’inferno.
    Certo, amare ha il prezzo della sofferenza e questa donna la immaginiamo segnata da una storia
    sofferta, la storia di una che ha molto amato e che ha molto sbagliato e sofferto. Ebbene, di fronte
    alla Samaritana, Gesù va oltre le barriere della inimicizia categoriale, le barriere per cui l’altro non è un
    volto e un nome, ma solo un’appartenenza etnica (Giudeo o Samaritano: v. 9). Gesù non si lascia inibire
    dalla differenza di genere (è una donna) e dalla moralità poco cristallina della donna (v. 18). Ci sono
    sempre motivi che possono trattenerci dal fare il primo passo nell’incontro con l’altro. Gesù suggerisce
    anche alla donna un passo nel cammino di conoscenza reciproca: passa dalla domanda che ti ho rivolto,
    alla domanda che io sono per te. “Se tu conoscessi chi è colui che ti ha detto: dammi da bere” (Gv 4,10).
    All’inizio del cammino vi è il riconoscimento da parte di Gesù della sua povertà, del suo bisogno. E poi ci
    sarà, da parte della donna, il riconoscimento della sua povertà, anche dei suoi errori, del suo aver
    errato e peccato. Senza la capacità di riconoscere e dire questa dimensione di negativo e di mancanza
    non vi sarà nessun incontro. Gesù dunque non si adagia sulle convenzioni (“I Giudei non hanno rapporti
    con i Samaritani”: Gv 4,9), non attende che sia l’altro a fare il primo passo, ma pone la domanda, osa la
    parola mostrandosi nel suo bisogno. A volte, il rivolgere la parola può dare la vita a noi stessi e agli
    altri. Al capezzale di Georges che aveva tentato il suicidio, l’abbé Pierre gli chiese: “Georges, tu sei
    libero poiché vuoi morire, ma prima di ritentare di suicidarti non vorresti venire a darmi una mano per
    costruire case illegali per i senzatetto?” E da quella domanda reiniziò la vita di Georges.
    La nostra identità è plurale: vi è un’appartenenza etnica, nazionale, vi è un’appartenenza religiosa, vi
    sono tradizioni culturali specifiche che ci appartengono e a cui noi apparteniamo (v. 12: il nostro padre
    Giacobbe, la vicenda del pozzo), ma poi ciascuno di noi è una singolarità e una unicità, è un tu, e Gesù
    sta offrendo a questa donna la possibilità di cogliersi nella sua soggettività a partire dal confronto con
    lui come con un “tu”. Gesù conduce questa donna a prendere in mano la sua storia che è fatta di vicende
    di uomini che lei ha avuto. Gesù fa emergere la soggettività della donna suscitando in lei una sete che è
    più decisiva di quella fisica, tanto che la donna può lasciare lì la sua anfora. Sì: è di altro che noi ci
    nutriamo. La prima parte del testo è centrata sul bere, poi arrivano i discepoli che erano andati a
    comperare del cibo, e si pone il problema del mangiare. E anche i discepoli vengono spiazzati: “Ho da
    mangiare un cibo che voi non conoscete” (Gv 4,32). Ma anche noi mangiamo altro.
    Ognuno di noi si nutre di ciò che dà senso al vivere di relazione, si nutre del volto dell’altro,
    dell’ascolto, della parola, del silenzio dell’altro. Si nutre di amore.
    E sottolineo ancora che la ricerca di Dio non avviene al di fuori di questa umanissima sete dell’altro, di
    questa ricerca di incontro. Non a caso l’apice dell’incontro tra la donna e Gesù, avviene quando
    l’espressione dell’attesa religiosa dei samaritani, l’attesa messianica del Tahev, “Colui che converte”,
    incontra le parole di Gesù che dice: “Sono io che ti parlo” (Gv 4,26). È proprio in quel cammino
    trasformante di dialogo e di incontro che si fa strada verso di noi il Cristo. La nostra ricerca viene così
    incontrata dalla ricerca che il Signore stesso fa di noi. E la donna viene trasformata in
    evangelizzatrice, in apostola. Ma se lei annuncia ciò che Gesù ha detto e fatto, è perché lo ha
    incontrato come colui che le ha detto tutto ciò che lei stessa ha fatto (Gv 4,29). Lei già sapeva tutto
    ciò che aveva fatto, ma forse non sapeva di poterlo accogliere e amare. Per questo ha avuto bisogno di
    qualcuno che le dicesse tutto ciò che lei ha fatto senza giudicarla ma accogliendola. E anche noi ne
    abbiamo bisogno.
  4. L’acqua della relazione don Maurizio Prandi
    Tre sono le immagini simboliche che, a partire da oggi, ci accompagneranno in queste domeniche di quaresima:
    l’acqua, la luce, la vita. Credo di poter interpretare così l’acqua della quale prima lettura e vangelo di questa terza
    domenica sottolineano l’importanza: è l’acqua della relazione… l’acqua sono le relazioni che viviamo nelle nostre
    giornate: la relazione con Dio e con le persone che stanno al nostro fianco o che incontriamo, più o meno
    casualmente.
    Una relazione combattuta quella del popolo d’Israele nel deserto… una difficile relazione con Dio,
    continuamente messo alla prova dalla incredulità di chi, comunque pressato dalle difficoltà, non riusciva a
    riconoscere la presenza di Dio. Mi piace questa continua domanda che chi cammina nel deserto si pone: Dio è in
    mezzo a noi oppure no? Tutto sommato dietro a questa domanda sento un desiderio, da parte del popolo d’Israele,
    non di un Dio che risolva situazioni, ma di un Dio che condivida, non di un Dio che da risposte ma di un Dio
    che sta, che fa compagnia. Lo lego alla richiesta che mi ha fatto ieri Angelica, la mamma di Maria Angel, che
    dopo una lunga malattia ha visto la figlia morire… la mamma, anziana, in una stanza e nella stanza a fianco la
    figlia… la mamma a custodire, a vegliare dal suo letto e la figlia nel suo letto a lottare contro il male. E quando la
    malattia ieri ha vinto, solo una richiesta da parte della mamma: in questo mio dolore, in questo mio deserto, non
    lasciatemi sola, aiutatemi… anche questa donna, oramai molto anziana, si è sentita abbandonata “pur non avendo
    mai fatto nulla di male” dice… ha chiesto l’acqua della relazione, della vicinanza, della compagnia, dell’amicizia. In
    questa pagina del libro dell’Esodo mi pare che Dio senta tutta la debolezza, tutta la fragilità dei suoi figli; credo
    che la verifica della presenza di Dio sia una tentazione che accompagna la fede e credo anche che la fatica, le
    difficoltà possono indurire il cuore ed è per questo che Dio, ancora una volta mostra il suo amore, la sua
    misericordia e si fa roccia… roccia che si fa colpire, ferire… si fa sorgente d’acqua. Pensando alla richiesta di
    questa donna anziana allora mi viene da dire che ognuno di noi può diventare roccia e sorgente d’acqua per i
    fratelli e sorelle che gridano la loro difficoltà.
    Anche la seconda lettura ci parla della misericordia di Dio con gli uomini, perché, ci dice san Paolo, che
    nonostante il nostro peccato Gesù dona la sua vita per noi… nonostante le nostre distanze, le nostre debolezze,
    indecisioni. Anche qui Dio si rivela come qualcuno che comprende e che si china sulle nostre fragilità è quando
    eravamo ancora deboli… la fede ci permette così di riconoscere il vero volto di Dio: non qualcuno che ci rimprovera
    ma qualcuno sempre disposto a venirci incontro, con amore e benevolenza per darci la forza necessaria ad
    assumerci le nostre responsabilità. Ognuno di noi, nella sua debolezza e nella sua fragilità sperimenta il trovarsi
    di fronte a Gesù morto per lui… senza nessun valido se non per l’assoluta gratuità dell’amore… Solo l’amore spiega
    la causa della morte di Cristo per noi (don Giovanni Nicolini). Di questo testo mi piace molto anche il carattere per
    così dire… liturgico. Gesù e la nostra fede ci permettono “l’accesso” alla grazia… questo termine, accesso, nell’AT
    ha un valore liturgico e indica (nel suo corrispondente verbo) l’accesso dei sacrifici, portati presso Dio all’altare e
    alla Tenda. Inoltre indica l’accedere dei sacerdoti consacrati da Mosè alla Tenda. Mi piace questo perché la
    relazione con Dio allora, lo stare in pace con Lui e mantenere viva la speranza avvengono all’interno di una
    “celebrazione della vita” nella quale sperimentiamo, non le nostre capacità, ma la gratuità dei doni di Dio[1].
    Infine il passaggio di vangelo, così bello, così ricco… nelle nostre comunità lo abbiamo drammatizzato, con
    l’aiuto dei bimbi, presso il fonte battesimale… Gesù e la donna samaritana a dialogare al pozzo (il fonte
    battesimale appunto)… e abbiamo sottolineato il significato del pozzo che nell’AT significa la torah, la legge, che
    in modo solenne viene oggi sostituita da Gesù, seduto appunto sul (e non a fianco come alcuni traducono…)
    pozzo ed è luogo di appuntamenti amorosi: al pozzo i ragazzi andavano per conoscere le ragazze che tutti i
    giorni attingevano acqua. Che bello questo Dio che in Gesù dà appuntamento alla donna samaritana e a
    ciascuno di noi che, carico delle sue fatiche e debolezze cerca, in fondo in fondo di incontrare chi può placare la
    propria sete. Anche Gesù ha bisogno di acqua, ovvero di relazione… il vangelo allora ci interpella io credo sulle
    nostre “seti”, ovvero sui nostri desideri è La nostra sete profonda è sete di incontro e di relazione scrive Enzo Bianchi e
    oggi ci viene detto che l’incontro comincia quando si ha il coraggio di farsi mendicanti presentandosi all’altro nella propria
    povertà… ecco che la donna, chiedendo l’acqua che Gesù le può dare condivide la sua povertà, la sua necessità. Questa povertà
    condivisa diventa la base dell’incontro nella verità. Ciò che disseta è veramente l’incontro: leggendo bene ci rendiamo
    conto che la donna non attingerà acqua e Gesù non berrà. Al pozzo, (immagino io…) la donna ci era andata
    nell’ora più calda, probabilmente perché non voleva incontrare nessuno… perché già troppi l’avevano additata,
    giudicata, per quella sua storia che non vuole raccontare fino in fondo (non ho marito…). Al pozzo ha incontrato
    chi non la giudica, chi non la aggredisce chi non la umilia in una descrizione imbarazzante del suo peccato, della sua storia
    di tanti amori cercati e traditi (mons. V. Paglia).
    Pensando al modo che ho di relazionarmi con le persone, mi viene in mente questo: a volte, quando devo dirne
    quattro a qualcuno dico: Devo leggergli la vita la vita a quello! Gesù ancora una volta mi sorprende, perché Gesù
    le spiega, con sensibilità, tutta la sua vita e questo colpisce la donna di Samaria: essere conosciuta ed essere amata, così
    com’è! Non è un giudizio, non è una legge quella che cambia i cuori, ma il lungo, insistente incontro con quell’uomo che parla
    con libertà e amore (mons. V. Paglia). Che bello se la chiesa fosse questo pozzo sul quale Gesù sta seduto… che tutti,
    ma proprio tutti potessimo avvicinarci per attingere l’acqua della consolazione, dell’amore, del perdono. Sia così anche per i
    nostri cuori, possessivi e peccatori, ma conosciuti, amati e perdonati dal Signore, uomo assetato che cammina e chiede amore. Il
    Signore ci insegni ad essere fonte d’amore, servendo chi ha sete, trovando così l’amore che non finisce e che estingue la nostra
    sete (mons. V. Paglia)
    [1] Scrive, a questo proposito, don Giovanni Nicolini: Proprio perché la nostra giustizia non è il risultato di una nostra
    opera, non è un nostro merito o l’esito di un nostro sforzo e impegno, proprio per questo “siamo in pace con Dio” (alla lettera
    “abbiamo pace verso Dio”). Il rigore con il quale l’Apostolo ci ha portato a considerare e a analizzare l’atto e la realtà della fede
    ora ci consente e, mi sembra, in certo modo esige, di considerare la pace nella quale la totale gratuità del dono di Dio ci pone.
    Se fosse opera nostra non ci potrebbe lasciare per un istante l’ansia di perdere quello che abbiamo ottenuto; ma siccome tutto
    quello che abbiamo e siamo viene da Dio, il vero impegno sarà nel custodire e nell’incessante accogliere il dono della fede. In
    tutto questo, ma lo vedremo più profondamente nel seguito, abbiamo contemplato l’autore della nostra fede e della nostra
    salvezza; dice infatti “per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”!

Lascia un commento