NATALE 2019

NATALE 2019:la forza rivoluzionaria della tenerezza

Da dove nasce la tenerezza di Dio? Nasce innanzitutto dal considerare la debolezza, la fragilità dell’uomo.

Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete numerosi più di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri”(Deut. 7, 7-8).Così la missione del Servo del Signore, nella quale poi si rispecchierà quella di Gesù, è descritta nella forma non della forza ma della tenerezza:Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito sopra di lui; … Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà(Is. 42, 1-4). Siamo noi quella canna incrinata, quella fiamma smorta.

La misericordia e la tenerezza di Dio verso di noi vogliono invece restituirci fiducia e incoraggiarci a ripartire.Avviene come verso un bambino che fatica a scuola: se gli adulti insistono soltanto nel mostrargli i suoi errori non fanno altro che convincerlo sempre più di essere un incapace e togliergli ogni motivazione allo studio. La risposta più efficace invece è di ripartire con lui da quello che sa fare e gli riesce meglio, per quanto poco sia, per aiutarlo a ritrovare la fiducia nelle proprie capacità e il desiderio di imparare e di impegnarsi.Ma Dio agisce con tenerezza nei nostri confronti non solo perché ha ben presente la nostra fragilità, ma più profondamente perché questa tenerezza è l’espressione più autentica del suo cuore, della sua identità più vera. L’apostolo Giovanni raggiunge questa profondità: “Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv. 4,16). La vita di Gesù in mezzo a noi ha rivelato una volta per tutte chi è veramente Dio: è un padre che non può fare a meno di noi, di voler bene ai suoi figli e di dare tutto per loro, in qualunque condizione essi si trovino. Gesù è l’incarnazione di questo amore che instancabilmente cerca di raggiungere ogni uomo, ogni donna, a partire da quelli che sono finiti più lontano dall’amore del padre, da quelli che si ritrovano tristi e in difficoltà. L’amore del Padre si esprime proprio nel fatto che egli non può trovare pace finché non sia riuscito a raccogliere tutti i suoi figli attorno a sé e anche la lontananza di uno solo è un dolore troppo grande da sopportare per il suo cuore. Per questo Dio si avvicina all’uomo con dolcezza; come scriveva Benedetto XVI nella “Deus Caritas est”: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.”

La tenerezza di Dio corrisponde alla sua identità più profonda, al suo istinto. Tanto che la Scrittura per indicare questi sentimenti fa riferimento alle viscere: la misericordia e la compassione hanno la loro sede nell’utero e nell’intestino, là dove i sentimenti sono istintivi, perché più profondamente radicati nell’intimità della nostra persona. Così pure noi verso i fratelli e sorelle, verso tutti, possiamo pure scegliere di accantonare la tenerezza e prendere la scorciatoia della forza per risolvere i contrasti. Ma questo ci svuota dentro, ci porta lontano dalle radici della nostra persona perché mostra qualcosa che non ci appartiene fino in fondo, non dice ciò che noi siamo veramente. Le nostre viscere ci chiedono misericordia e tenerezza, chiedono di poter vivere di questo, di poterlo ricevere e soprattutto donare. La tenerezza e la misericordia ci consentono di respirare in profondità, di non fermarci alla superficie della vita ma esprimere ciò che noi siamo realmente, nel nostro intimo, poiché siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio che è amore. Vivere le relazioni nella misericordia, nella pazienza che accoglie l’altro nelle sue fragilità, ma con “tenerezza combattiva” continua sempre a cercare la via della comunione, ci conduce a toccare ciò a cui siamo veramente chiamati. Ci conduce a ritrovare noi stessi, a toccare la profonda bellezza e fecondità di ciò che siamo veramente.

La tenerezza ci porta invece a riposare in noi stessi, in quel che siamo e che vorremmo essere, lì dove troviamo quella pace che solo il sentirci davvero a casa ci dona. La tenerezza è la via per la quale Dio cerca la comunione con l’uomo. E’ la via per la quale anche noi possiamo cercare la comunione con le persone: purtroppo a volte esse non sono in grado di accogliere l’offerta della nostra tenerezza.

E’ proprio perché la tenerezza corrisponde alla nostra identità più profonda, che essa diviene efficace nello sciogliere i contrasti e nell’aprire vie nuove di intesa e di comunione.

La tenerezza che ricevo, dagli altri e da Dio, va a toccare il mio bisogno profondo di essere amato, di essere toccato con dolcezza. Questa carezza viene a dirmi: io ti cerco, perché tu sei importante per me, voglio esserti vicino perché ti voglio bene. Così comprendo che valgo qualcosa, perché la mia persona è desiderata da qualcuno. Se vivere le relazioni nella tenerezza e nella misericordia esprime ciò che veramente siamo, significa che la nostra chiamata non è quella di essere forti, ma quella di riconoscerci deboli e amati.

La tenerezza invece non nasce dal sentirci giusti, ma dal sentirci amati, in particolare nelle nostre debolezze e nelle nostre fragilità. Nasce dal sentirci non giudicati ma accolti, toccati con dolcezza nelle nostre miserie, non per essere inchiodati ai nostri errori, ma per essere consolati e incoraggiati. Questa tenerezza ricevuta apre il nostro cuore a ridonarla agli altri. L’amore di chi si è avvicinato a noi con misericordia ci ha fatto sentire che non c’era bisogno di difenderci e di indurirci, ma ci ha aiutato ad abbassare le nostre difese, a rinunciare di mostrarci giusti, perché dall’altra parte non c’era qualcuno che veniva a giudicarci ma solo a volerci bene.

La tenerezza e la misericordia, rinunciando ad accusarci e a misurarci, aprono il nostro animo così da renderlo disponibile al cambiamento e alla conversione, non perché qualcuno ce lo chiede, ma perché l’accoglienza dell’altro ci dona la possibilità di mostrarci per ciò che siamo veramente, peccatori in cammino. La libertà di accogliere l’altro così com’è, non nella rassegnazione per la sfiducia in lui ma nella tenerezza di Dio che cerca sempre una via di comunione, lo rende lentamente disponibile al cambiamento.

Per tutti gli uomini recita: siete assunti. Guardate la mangiatoia! Nel corpo del bambinello, nel Figlio di Dio incarnato, la vostra carne, tutta la vostra miseria, paura, tentazione, sì, tutti i vostri peccati sono portati, perdonati, santificati. Poiché il Natale è l’assunzione corporea di tutta la carne umana da parte del Dio benigno(D. Bonhoeffer). Concludo con un augurio:

“Il Verbo si è fatto carne”. La parola ultima è la tenerezza di Dio, la tenerezza che scende, la tenerezza che avvicina, la tenerezza che ti tocca nella carne.È sconvolgente: perché noi Dio persistiamo a metterlo sul trono. Ma la parola ultima è: Dio sceso nella carne, Dio nella mangiatoia.E questa è la gloria di Dio.Questa è anche la gloria vera della terra.Questa la notizia inaudita. Ed è anche rottura: rottura di un nostro modo di pensare, sovvertimento delle nostre vedute.Che senso infatti avrebbe se, dopo aver contemplato questa rottura, noi, nella vita, riprendessimo a inseguire, quasi mito ossessionante, la scalata, l’arroganza del cuore, la prepotenza della vita, l’indifferenza alle situazioni e non ci sfiorasse l’incarnazione, cioè prendere carne nell’umile storia degli uomini, avvicinando con tenerezza la carne dell’umanità, difendendo – così come difende il tuo Dio- la carne e la dignità di ogni creatura. Hai contemplato la tenerezza.È la prima ed è l’ultima parola.Sia la prima e l’ultima parola della nostra vita. (A. Casati). Buon Natale e Gioioso Anno Nuovo!

Don Mario, don Joseph, don Edmond, Diacono Tonino, Diacono Massimo e gli Operatori pastorali

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