Parrochia, cantiere aperto!

Settembre 2013: PARROCCHIA, CANTIERE APERTO E COMUNITA’ IN TRASFERTA.

Per una comunità in missione!

 

 

Spesso mi piace giocare con le immagini e allora penso alla parrocchia come ad un cantiere sempre aperto e sempre in movimento, dove non si è mai finito di lavorare perché c’è già subito qualcosa a cui rimettere le mani per rinnovarlo ed essere al passo coi tempi.

Possiamo far sì allora che le parrocchie assomiglino sempre meno agli antichi castelli medievali, perfettamente autosufficienti e pronti a chiudersi agli attacchi esterni, e sempre più siano cantieri per la formazione di cristiani maturi, missionari in trasferta.

Siamo infatti comunità non per noi, non per autoesaltarci! Siamo cristiani per gli altri, per il mondo. E il mondo sono gli altri, quelli lontani dal Signore; quelli che non hanno mai sentito parlare di Gesù; quelli che pur avendone sentito parlare lo hanno dimenticato; quelli che non l’hanno più nel cuore; quelli che hanno perso la fiducia, la speranza; quelli che non ce la fanno più; quelli che si sono seduti ai bordi della strada e non ce la fanno più a camminare.

Già nel II secolo Tertulliano diceva che “cristiani non si nasce, ma si diventa”: a maggior ragione questo vale oggi, davanti alle nuove sfide proposte dall’incontro con culture diverse. I cristiani non sono “clienti” della parrocchia, sono la parrocchia, la chiesa che vive tra la gente per dare un volto, un cuore, delle mani a Cristo. E proprio in questo essere volto, mani e cuore di Gesù sta la “missione” più vera, la capacità di essere Gesù per l’uomo d’oggi parlando con i fatti più che con le parole. E così continua con gioia l’attività del “cantiere” sempre in trasferta.

La parrocchia, lo sapete, non può essere concepita come il luogo dove una bella liturgia ci fa dimenticare i problemi della vita. Dove il radunarci con la gente che condivide con noi una certa affinità spirituale ci protegge dal traffico convulso e spersonalizzante del terribile quotidiano. O dove l’organizzazione di un’opera di bene ci libera troppo a buon mercato la coscienza dal dovere di contribuire al restauro della giustizia nel mondo. La parrocchia non è il luogo dove i problemi dell’esistenza si stemperano, o vengono addormentati, o sono messi tra parentesi. Essa, invece, deve diventare il quartier generale dove si elaborano i progetti per una migliore qualità della vita, dove la solidarietà viene sperimentata in termini planetari e non di campanile, dove si è disposti a pagare di persona il prezzo di ogni promozione umana, e dove le nostre piccole speranze di quaggiù vengono alimentate da quella inesauribile riserva di speranze ultramondane di cui trabocca il Vangelo. … La parrocchia, perciò, deve essere luogo pericoloso dove si fa “memoria eversiva” della Parola di Dio. È proprio questa l’immagine offerta dalla nostra comunità? Non succede che per caso piccole rivalità ne corrodano la tenuta evangelizzatrice, che schemi superati ne rallentino la missione, che i pericoli del formalismo ne offuschino la schiettezza?

Ecco allora il compito a casa che vi affido: fare in modo che la vostra parrocchia sia percepita anche da chi non la frequenta come una fontana di speranza per tutto il territorio. Non accontentatevi di voi stessi. Sentitevi fortemente solidali con quella porzione del mondo che dalla vostra parrocchia ci passa di striscio. Amatela quella porzione di mondo. Contagiate i più lontani con la trasparenza delle vostre scelte intonate alla logica del Vangelo.

Fate cadere mediante comportamenti più laici il pregiudizio di chi è scettico e, magari, pensa che il cristianesimo è una partita che si gioca in sacrestia…

 

La vostra parrocchia deve essere una Chiesa senza pareti, che accoglie tutti, che non chiede la tessera a nessuno, che non chiede il distintivo del club e non chiede la carta d’identità a nessuno, dove tutti vanno a trovare ristoro e tranquillità e la possibilità di rapportarsi con Dio. Una Chiesa senza pareti e senza tetto, una Chiesa cioè che sa guardare più in alto del soffitto” (Don Tonino Bello).

Papa Francesco, con il suo sorriso e il suo abbraccio, ci sta parlando con molta chiarezza: “andare alla periferia – si deve sentire l’odore del gregge”: «Bisogna imparare ad uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell’esistenza, muoverci noi per primi verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, soprattutto quelli più lontani, quelli che sono dimenticati, quelli che hanno più bisogno di comprensione, di consolazione, di aiuto» (27 marzo 2013, Prima Udienza).

«La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire. Gesù ci dice: “Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del Vangelo!” (cfr Mc 16,15). Ma che cosa succede se uno esce da se stesso? Può succedere quello che può capitare a tutti quelli che escono di casa e vanno per la strada: un incidente. Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite!» (Veglia di Pentecoste, 18 maggio 2013)

«Non ci sono confini – ha ripetuto Papa Francesco ai giovani presenti a Rio – non ci sono limiti: Gesù ci invia tutti. Il Vangelo è per tutti e non per alcuni. Non è solo per quelli che ci sembrano più vicini, più ricettivi, più accoglienti. È per tutti. Non abbiate paura di andare e portare Cristo in ogni ambiente, fino alle periferie esistenziali, anche a chi sembra più lontano, più indifferente. Il Signore cerca tutti, vuole che tutti sentano il calore della sua misericordia e del suo amore».

E potremmo continuare con altre espressioni che ora non sono più tali, ma che diventano il programma futuro di una Chiesa in cammino.

Sappiamo bene che cosa significa oggi andare alla periferia, essere sempre in missione.

Perciò la comunità parrocchiale “in missione” è una scuola dove noi ricordiamo la grammatica di base della nostra vita cristiana, della nostra fede, impariamo a diventare cristiani, perché cristiani si diventa il giorno del battesimo, ma nel senso che si comincia a diventarlo, si comincia. Poi tutta la vita è un frequentare questa scuola della vita cristiana che è la comunità, almeno la domenica. La parrocchia è una palestra dove noi ci alleniamo a vivere fuori della chiesa questa fede, nell’ufficio, nel posto di lavoro, nell’ospedale, in banca, sui monti, al mare, dappertutto noi siamo chiamati a vivere la bellezza della nostra fede, ma ci serve una palestra di allenamento e questo è appunto la parrocchia. La parrocchia, infine, è una casa, è una famiglia: fare delle nostre chiese altrettante case-famiglia della fede e della fraternità cristiana.

Dobbiamo essere una Chiesa accogliente. Una Chiesa che non fa discriminazioni,

una Chiesa che ha il cuore tenero, di carne, non di pietra.

Una Chiesa che non è arcigna. Una Chiesa che non esclude. Non giudicate mai nessuno!

Il vostro cuore si allarghi sempre più”. (Don Tonino Bello)

 

Voglio concludere, rubando qualche parola a quel famoso vescovo e pastore, dom Helder Camara, per “caratterizzare” questo nostro nuovo cammino nell’annunciare la gioia del Vangelo e nell’accompagnare i fratelli e sorelle:

Beato chi si sente eternamente in viaggio e in ogni viaggio,

in ogni prossimo vede un compagno desiderato.

Un buon camminatore si preoccupa  dei compagni scoraggiati e stanchi

Intuisce il momento In cui cominciano a disperare. Li prende dove li trova. Li ascolta.

Con intelligenza e delicatezza, soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino.

 

E che la nostra vita sia “e-vangelo”: una buona, gioiosa, bella notizia per chi ci conoscerà e incontrerà!

Don Mario, Don Andrea, Don Joseph, Diacono Tonino e gli Operatori Pastorali

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