“Che cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo!”

La morte tragica di tre persone ci interroga.

In un tempo in cui i progressi tecnologici raggiungono e superano limiti fantascientifici, in cui la ricerca medica fa scoperte sempre nuove per allungare il tempo della vita. Nell’epoca del consumismo, dei grandi centri commerciali, del tutto e subito. In questo preciso momento storico, il dislivello fra ricchi e poveri non cambia, rimane sempre lo stesso, e la crisi economica che per molti era solo una chimera, un mostro mitologico, per altri superata e ormai ricordo del passato, è più viva che mai.
 
Eppure il suicidio della coppia civitanovese, e successivamente del fratello di lei, turba, anzi, sconvolge chiunque; non è un fatto di cronaca ascoltato in televisione o letto sulle cronache nazionali, ma è accaduto proprio dietro l’angolo, rendendo tutto molto più vero.
 
Sicuramente l’orrore della tragedia, la violenza dell’atto stesso parla da sé, eppure c’è da riflettere sulle motivazioni che hanno spinto la coppia a compiere un gesto estremo.
 
Può la paura di non farcela e non avere solidi basi economiche, portare al desiderio di morire?
Ma dove stiamo andando?
Tutti i giorni siamo testimoni di persone i cui diritti vengono calpestati e negati anche in casa nostra.
Forse è stata la vergogna di essere poveri di fronte agli standard della società, forse non hanno più retto il peso di dover lottare ogni giorno contro la pensione che non basta, contro i prezzi che sono troppo alti, contro la disoccupazione. 
 
È triste dover pensare che nel mondo di oggi si debba ancora essere costretti a sopravvivere, e non semplicemente vivere. La felicità non è data dal denaro, ma sicuramente quando non si ha lavoro, quando non si riesce a comprare il cibo per la propria famiglia, un uomo non solo si scoraggia, ma perde anche la propria dignità.
 
Durante i funerali cittadini, molta gente ha urlato la propria rabbia nei confronti delle autorità e delle istituzioni, in quanto per i più considerati i maggiori responsabili dell’accaduto; ma non si può ridurre tutto riversando frustrazioni contro la figura del sindaco o del presidente della camera, perché i problemi finanziari dei tre sono figli di un sistema molto più vasto che non funziona, che sta facendo acqua da ogni parte, che crea vittime nello strato più umile della popolazione, strato che va sempre più aumentando, e tocca una cittadina commerciale e con un reddito benestante come Civitanova. 
 
L’economia di una città non riesce più a far fronte alle necessità dei cittadini, e i comuni tutti, non solo quello civitanovese, deve riflettere sul fatto che in ogni angolo c’è una famiglia, un anziano o un giovane che ha bisogno di aiuto, perché i poveri non sono solamente gli extracomunitari o coloro che da sempre hanno avuto difficoltà economiche, ma col passare del tempo anche chi fino al giorno prima poteva ritenersi benestante, può ritrovarsi per strada ancora con il mutuo da pagare. 
 
Riforme sociali, fondi da investire in aiuti economici, sussidi per gli anziani o sostegni per giovani laureati e disoccupati sono temi che devono essere approfonditi e attuati per evitare che una tragedia simile possa compiersi nuovamente, o almeno tentare di aiutare il maggior numero di persone che hanno il desiderio di essere aiutate. 
 
Eppure in questo quadro, un quadro certamente non facile, mi viene in mente un’espressione di Geremia. Quando Dio dice a Geremia: “Che cosa vedi?”. E Geremia risponde a sorpresa: “Vedo un ramo di mandorlo”.Può sembrare scontata la domanda che Dio pone a Geremia, ma io credo che oggi Dio la ponga a me e a voi: “Che cosa vedi, oggi?”. Geremia risponde “Vedo un ramo di mandorlo”, ma il vero problema è che il ramo di mandorlo che fiorisce, quello che vede Geremia, non è nella bella stagione, ma nel cuore del freddo dell’inverno, nel momento più duro dell’inverno. Ecco, quel germoglio che Geremia vede ci ricorda che non c’è tempo, non c’è stagione in cui il Signore della nostra fede non sia presente. 
“Che cosa vedi?” e pur in una situazione difficile, pesante, ecco il fiore del mandorlo. E mi sembra di poter dire, oggi, che il Signore ci aiuta a essere capaci di vedere, a guardarci attorno, a interrogarci, ma anche a non dimenticare che perfino nei momenti più duri è possibile vedere il ramo di mandorlo.
 
Il Signore non ci abbandona, chiede a noi di metterci in gioco e di fare di più la nostra parte: operare il cambiamento!
 
 Il cambiamento è un processo che richiede diversi passaggi: il primo è proprio il risveglio, il riconoscere che il modo di sopravvivere a cui siamo indotti e che la logica dominante non sono adeguati. Il mondo sarà cambiato non dalle persone che si sacrificano nel senso moralistico, ma dalle persone che conservano in se stesse la fedeltà alla felicità e perciò si prendono cura della felicità degli altri. 
 
Non siamo nati per soffrire o far soffrire, per morire o far morire. Quando un figlio viene generato il primo atto creativo, qualunque sia, inizia con un sogno. Vedi, desideri e ami la cosa che nascerà prima ancora di vederla. A volte la felicità sarà affrontare la sofferenza insieme, non è il privilegio, né la fortuna. Piuttosto, la felicità è una vita sensata condivisa. Quando uno sta dentro a questa prospettiva veramente si risveglia. 
 
Il secondo passo è creare zone franche nel tessuto della quotidianità, zone liberate che siano una parrocchia, un posto di lavoro, la famiglia, la scuola, dove contano più le persone che il denaro, il potere, il merito, la colpa, le prestazioni, l’utilizzo, l’interesse, dove contano le persone.
 
Il terzo passaggio consiste nell’incidere sugli stili di vita e cioè su come noi pensiamo e organizziamo l’esistenza quotidiana.
 
Questo non basterà.
 
Dovremo anche recuperare il buon funzionamento di quelle leve della vita sociale che sono la politica, l’economia, educazione, l’informazione. Abbiamo bisogno di persone che fanno politica o che fanno economia, o educazione oppure informazione secondo questo spirito. 
 
Il cambiamento parte da noi, ma non si esaurisce dentro la microsfera della nostra quotidianità, chiede di attivare cambiamenti che siano politici, sociali, economici, educativi, culturali. Più persone sono capaci di vedere l’alternativa e di vedere che questo sistema non è necessario, e più sarà possibile realizzare il cambiamento. 
Oggi la grande carenza è che non abbiamo né nell’economia né nella politica persone che credono nel cambiamento, al massimo razionalizzano il presente. Occorre iniziare a dire e a praticare un’alternativa al modo di organizzare la società. Un’alternativa che sia testimoniata, abitata, sperimentata.
 
L’attraversamento del deserto dell’angoscia comporta la scoperta o il ritrovamento di un senso per vivere, di una speranza di vita che non è solo per me, perché la incontrerò nel bene e nell’esistenza dell’altro. 
 
Le cause che ostacolano il vero cambiamento non sono materiali, non sono economiche, sono tutte di ordine culturale. L’impossibilità di cambiamento risiede anzitutto nello sguardo e nel cuore chiuso; se si riapre il cuore si accende lo sguardo. Bisogna incominciare a costruire l’alternativa da noi, noi siamo la nostra responsabilità. 
Dire “IO”, secondo Emmanuel Lévinas, significa dire “ECCOMI”. 
 
Nell'attuale situazione di crisi si intravedono  così segni di speranza e se la speranza è insita nel dinamismo tipico della responsabilità di ognuno verso gli altri, allora essa chiede di essere testimoniata giorno per giorno nel modo di agire e di vivere. Chi onora un simile compito, chi anziché arrendersi allo scoramento si impegna a essere una piccola fonte di speranza per qualcuno, diviene testimone dell’unità della speranza umana, che in tutti è anelito di liberazione dal male e dalla morte. Infatti chi agisce dando una risposta di bene alle aggressioni del male manifesta la credibilità della speranza proprio lungo la frontiera su cui grava la pressione dell’ingiustizia, della violenza, del disprezzo, dell’abbandono, del lutto. È mia convinzione che quanti esistono e operano così danno seguito in ogni tempo alla memoria indelebile di Gesù, l’uomo che si rivelò fratello di chiunque, annunciando la paternità di Dio e la restituzione della vista ai ciechi, dell’udito ai sordi, della vita ai morti. Io credo che quella memoria un giorno potrà sciogliersi, per ognuno, non nell’oblio, ma nell’incontro con la vivente verità della speranza, ormai data come volto, presenza, abbraccio.
 
Don Mario Colabianchi
Parroco  dell’Unità Pastorale di San Pietro e Cristo Re in Civitanova Marche

 

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